Pesce e sostenibilità: come scegliere consapevolmente cosa portare in tavola

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Il mare sta cambiando: perché parlare di pesce e sostenibilità è oggi imprescindibile

Negli ultimi decenni, il mare ha subito trasformazioni profonde. Un tempo considerato una risorsa inesauribile, oggi mostra segnali evidenti di sofferenza. Come ha sottolineato Andrea Morello, presidente di Sea Shepherd Italia, in un’intervista rilasciata a Gambero Rosso, i mari italiani sono sempre più poveri di pesce e la biodiversità marina è messa a rischio da un sistema di pesca industriale che spesso ignora le normative europee e opera senza controlli efficaci.

Non è solo una percezione: i dati della FAO nel rapporto The State of World Fisheries and Aquaculture confermano che, a livello globale, oltre un terzo degli stock ittici marini monitorati è sovrasfruttato. Questo non significa che il mare sia “vuoto”, ma che l’attuale modello di sfruttamento rischia di compromettere l’equilibrio degli ecosistemi marini.

Tuttavia, l’obiettivo non è creare allarmismi né suggerire approcci radicali. È importante invece favorire una riflessione più profonda: cosa mettiamo nel piatto e con quali conseguenze? Scegliere consapevolmente significa riconoscere il valore del cibo, informarsi sull’origine e sulla qualità, e fare scelte più coerenti con il rispetto per l’ambiente e per noi stessi. Un pesce non vale l’altro, e imparare a riconoscerne la provenienza e il metodo di pesca è oggi parte fondamentale di un consumo responsabile.

Oltre le etichette: cosa significa davvero “pesce sostenibile”?

Negli scaffali dei supermercati e nei banchi pescheria, sempre più spesso compaiono diciture come “pesca sostenibile” o “prodotto responsabile”. Ma cosa significano davvero queste etichette? Secondo Andrea Morello, c’è il rischio concreto che la parola “sostenibile” venga svuotata di significato, diventando un semplice strumento di marketing – quello che lui stesso definisce “bluewashing”.

Un prodotto è davvero sostenibile solo se rispetta alcuni criteri fondamentali. Il primo riguarda il metodo di pesca. Alcune tecniche, come la pesca a strascico, sono altamente impattanti: danneggiano i fondali marini, catturano indiscriminatamente altre specie (il cosiddetto bycatch) e contribuiscono all’impoverimento degli stock ittici. Tecniche più selettive, invece, possono avere un impatto ambientale ridotto, soprattutto se praticate su scala artigianale.

Il secondo criterio è la trasparenza della filiera. Un’etichetta chiara dovrebbe indicare la zona FAO di provenienza, la specie (anche con nome scientifico), il metodo di produzione (pescato o allevato) e, possibilmente, l’imbarcazione o l’area locale di riferimento. Questa tracciabilità consente al consumatore di valutare in modo più consapevole il prodotto.

Infine, la sostenibilità riguarda anche le scelte quotidiane. Concentrarsi sempre sulle stesse specie commerciali – come tonno, salmone, gamberi – crea una pressione eccessiva sugli ecosistemi. Alternare le scelte, dando spazio a pesci meno noti ma abbondanti e locali, è un modo semplice ma efficace per alleggerire questa pressione.

In sintesi: un prodotto è sostenibile non quando lo dice un’etichetta, ma quando l’intera filiera è orientata al rispetto del mare e delle sue risorse.

Piccola pesca e filiera corta: il valore delle scelte locali

Una delle differenze più significative nel mondo della pesca riguarda la scala e il modello produttivo. Mentre la pesca industriale mira a massimizzare la quantità, spesso con strumenti ad alto impatto e lunghi trasporti internazionali, la piccola pesca artigianale si caratterizza per metodi selettivi, stagionalità, e una maggiore attenzione all’equilibrio marino. In questo contesto, il concetto di filiera corta acquista un ruolo chiave.

Secondo Morello, in Italia buona parte del pesce che troviamo nei mercati proviene da filiere poco trasparenti, spesso con episodi di illegalità o elusione delle normative. Anche quando esistono regolamenti severi, il problema è la mancanza di controlli reali e l’assenza di volontà nel farli rispettare. In questo senso, rivolgersi a circuiti più piccoli e locali può diventare un atto concreto di responsabilità.

La piccola pesca – come quella praticata nei porti italiani o nelle cooperative di pescatori – ha spesso il vantaggio della prossimità: il pesce viene catturato vicino al punto vendita, è più fresco, non ha subito lunghi processi di stoccaggio e trasporto, e spesso è pescato con metodi meno impattanti. In più, acquistare da queste realtà significa sostenere economie locali, proteggere tradizioni e contribuire a un modello più equo.

Filiera corta non significa solo “km zero”, ma anche maggiore controllo sulla qualità della materia prima. Spesso il consumatore ha la possibilità di parlare direttamente con il pescatore o il rivenditore, comprendere la stagionalità, e accedere a prodotti più genuini.

Scegliere il pesce locale non è una moda, ma una strategia concreta per ridurre l’impatto ambientale e recuperare un rapporto più autentico con ciò che mangiamo.

Consigli pratici: come orientarsi quando si acquista pesce

Fare scelte consapevoli non richiede conoscenze specialistiche, ma attenzione e spirito critico. Ecco alcuni accorgimenti pratici da tenere a mente quando si acquista pesce:

  • Controllare sempre l’etichetta, sia al supermercato che in pescheria. Verificare se è specificata la zona FAO, il metodo di pesca (o allevamento), e la denominazione esatta della specie. Etichette incomplete o vaghe sono un segnale di scarsa trasparenza.
  • Valutare la stagionalità: anche il pesce ha un suo calendario biologico. Consumare una specie durante il suo periodo riproduttivo significa compromettere il suo equilibrio. Informarsi sulle stagioni aiuta a fare scelte più sostenibili.
  • Preferire pesci locali e meno noti, spesso disponibili nei mercati del pesce o nelle pescherie di quartiere. Questi prodotti, oltre a essere più freschi, tendono a provenire da filiere più corte e meno industrializzate.
  • Attenzione all’allevato: non tutto il pesce allevato è uguale. Alcuni allevamenti seguono standard rigorosi di benessere animale e controllo ambientale, mentre altri sono legati a produzioni intensive e poco trasparenti.
  • Evitare le scelte automatiche: acquistare “per abitudine” può portare a perpetuare modelli poco sostenibili. Informarsi, variare, chiedere consiglio sono tutti gesti semplici che fanno la differenza.

Il consumo consapevole non è una rinuncia, ma una forma di attenzione. Anche solo imparare a leggere un’etichetta o scegliere un pesce diverso ogni tanto può contribuire a ridurre la pressione sugli ecosistemi e a promuovere un sistema alimentare più equilibrato.

Conclusione: un consumo più consapevole è possibile, e fa la differenza

Parlare di sostenibilità non significa schierarsi o estremizzare. Significa, piuttosto, prendere atto che le nostre scelte quotidiane hanno un impatto, e che informarsi è il primo passo per ridurlo. Come evidenziato da Sea Shepherd, la questione non è se mangiare pesce faccia bene o male, ma piuttosto quale pesce scegliamo, da dove proviene, e come viene prodotto.

Essere consumatori consapevoli vuol dire porsi delle domande prima di acquistare, conoscere un po’ meglio la filiera che porta il pesce dal mare alla tavola, e favorire quelle realtà che operano nel rispetto dell’ambiente e delle comunità locali.

Un’alimentazione davvero sostenibile parte da qui: non da esclusioni drastiche, ma da scelte informate. E quando si tratta di mare, biodiversità e qualità, ogni piccola decisione quotidiana – anche quella fatta davanti al banco del pesce – può contribuire a costruire un sistema più sano, trasparente e responsabile.

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