Introduzione
Negli ultimi anni l’interesse verso i farmaci iniettabili utilizzati nella gestione dell’eccesso di peso è cresciuto in modo esponenziale. Tra questi, la semaglutide è diventata simbolo di una proposta semplice e rapida: diminuire il peso corporeo senza affrontare in profondità le cause fisiologiche che portano l’organismo ad accumulare grasso. Tuttavia, se si analizzano con attenzione i dati scientifici oggi disponibili, ciò che emerge è ben lontano da un risultato stabile o risolutivo.
Il cambiamento della composizione corporea viene spesso confuso con la mera riduzione del numero sulla bilancia. Ma chi lavora nel campo della nutrizione sa bene che quel numero non riflette i reali processi metabolici in atto. Una variazione del peso corporeo può essere dovuta alla perdita di liquidi, alla riduzione della massa muscolare o a una temporanea alterazione nei flussi energetici, e non sempre indica un reale miglioramento della capacità dell’organismo di utilizzare i grassi come fonte energetica.
La semaglutide può interferire temporaneamente con i segnali che regolano l’appetito, portando a una riduzione dell’introito alimentare. Ma nessuna molecola è in grado di educare il metabolismo, né di accompagnare il corpo verso un nuovo assetto fisiologico stabile.
Cos’è la semaglutide e come agisce
La semaglutide è un principio attivo che agisce mimando l’effetto dell’ormone intestinale GLP-1. Questo ormone svolge un ruolo importante nella regolazione della glicemia e nella gestione della sensazione di fame. Tra i suoi effetti noti rientrano lo stimolo alla secrezione di insulina, il rallentamento dello svuotamento gastrico e la modulazione del senso di sazietà.
È proprio quest’ultimo effetto a spiegare l’azione del farmaco nel breve periodo: molte persone, durante l’assunzione, riferiscono una significativa riduzione della fame e, di conseguenza, una minore assunzione di cibo. Questo può tradursi in una riduzione del peso corporeo visibile nel breve termine.
Alcuni studi osservano che, in fase di trattamento, una parte dei soggetti può arrivare a ridurre il proprio peso fino al 15%. Si tratta di un dato che ha generato molta attenzione, perché numeri di questo tipo, in chi fatica da anni a trovare un equilibrio, possono accendere grandi aspettative.
Ma è proprio in questo passaggio che si genera un equivoco. La semaglutide non riorganizza i processi fisiologici del corpo, non modifica la modalità con cui l’organismo gestisce energia e segnali biochimici: agisce solo come regolatore temporaneo di un segnale, quello della fame. Quando la riduzione dell’assunzione di cibo dipende da un fattore esterno e non da un cambiamento interno, il rischio è che, una volta interrotto lo stimolo, l’organismo torni a esprimere le risposte abituali.
Ed è ciò che, puntualmente, emerge dai dati scientifici relativi alla sospensione.
Lo studio: il peso ritorna dopo la sospensione
Uno degli aspetti più rilevanti messi in evidenza dalle attuali evidenze scientifiche riguarda la tendenza fisiologica del corpo a riacquisire peso dopo l’interruzione dei farmaci come la semaglutide. Uno studio pubblicato sul British Medical Journal ha raccolto e analizzato 37 studi clinici per un totale di 9341 partecipanti.
Il dato centrale è chiaro: dopo la sospensione del farmaco, il peso corporeo tende ad aumentare nuovamente a una velocità di circa 0,4 kg al mese, fino a tornare, in media, ai livelli iniziali nel giro di circa 1,4 anni.
Questo accade indipendentemente dalla quantità di peso perso durante il trattamento e in misura più marcata rispetto a ciò che si osserva al termine di percorsi nutrizionali fondati su strategie comportamentali e fisiologiche.
Questa dinamica offre un punto di vista molto più realistico: non si tratta di un intervento che modifica in modo strutturale il comportamento del corpo, ma di un’azione che si manifesta solo finché è presente lo stimolo farmacologico. Nel momento in cui lo stimolo viene meno, l’organismo ripristina i suoi segnali originari, coerenti con il suo assetto metabolico iniziale.
Proprio per questo motivo lo studio invita a riflettere su una questione centrale: il successo di un intervento non dovrebbe essere valutato solo sulla base della quantità di peso perso, ma sulla capacità di mantenere una nuova stabilità metabolica nel tempo, senza dipendere da supporti esterni continuativi.
La scorciatoia che illude
Il caso del semaglutide è emblematico perché mostra con chiarezza una dinamica diffusa: quando si è alla ricerca di un cambiamento, è facile aggrapparsi a soluzioni che promettono di abbreviare il percorso, di renderlo più semplice, o di renderlo automatico.
Tuttavia, in fisiologia, la semplicità è spesso solo apparente. La riduzione dell’appetito attraverso un farmaco può avere un impatto iniziale sul comportamento alimentare, ma i dati mostrano una realtà ben diversa nel lungo periodo: una volta interrotta l’assunzione, l’effetto non si mantiene, e i segnali biologici tornano ad agire secondo gli schemi precedenti.
È qui che nasce l’illusione: l’idea che il risultato raggiunto sia un punto di arrivo. Quando in realtà si tratta di una fase temporanea, legata a una condizione artificiale e non a una nuova impostazione metabolica.
E il rischio più grande non è solo il ritorno al peso precedente, ma la costruzione di un’aspettativa irrealistica, che può portare a sensi di colpa e frustrazione.
Il recupero del peso non è un fallimento personale: è una risposta coerente con l’assenza di un cambiamento reale nei meccanismi interni.
Le scorciatoie che non trasformano il sistema biologico si rivelano fragili. Quando l’input esterno scompare, il corpo torna a fare ciò che ha sempre fatto.
Conclusioni: serve un cambiamento reale, non un effetto temporaneo
La semaglutide ha mostrato un potenziale reale durante l’assunzione, con perdite di peso importanti. Ma la domanda che un professionista (e una persona che vuole risultati stabili) deve porsi non è: “Funziona?”. La domanda è: “Funziona nel tempo?”
I dati disponibili sul follow-up dopo sospensione indicano un elemento chiave: dopo due anni dallo stop, la maggior parte dei pazienti recupera quasi tutto il peso perso. Questo rende evidente ciò che lo studio sul BMJ sottolinea con chiarezza: la semaglutide non è una soluzione definitiva, ma un trattamento che richiede continuità se si vuole mantenere l’effetto.
E qui entra in gioco un concetto fondamentale per un Biologo Nutrizionista: la gestione del peso non può dipendere da una “fase”, da un’interruzione. Deve poggiare su un percorso in cui l’organismo venga accompagnato verso un nuovo equilibrio metabolico.
Se il risultato dipende esclusivamente da una regolazione farmacologica dell’appetito, il rischio è che al termine del trattamento il corpo non abbia acquisito nulla: nessuna nuova risposta, nessun nuovo equilibrio, nessun adattamento reale.
Il dimagrimento, quello vero, non è un evento: è un processo. Se desideri intraprendere un percorso costruito sulle esigenze reali del tuo corpo, contatta Nutrizionista.Bio.