Additivi e dolcificanti: nuovi studi svelano rischi per fegato e reni

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Gli alimenti ultra processati rappresentano oggi una parte significativa della dieta quotidiana di molte persone. A renderli così diffusi è anche la presenza di additivi e dolcificanti, che ne migliorano la conservazione, il sapore e la texture. Ma a che prezzo? Queste sostanze, introdotte per “funzione tecnologica”, sono spesso considerate sicure nei limiti stabiliti dalla normativa. Tuttavia, una crescente mole di studi scientifici sta sollevando dubbi su questa presunta innocuità, soprattutto quando vengono assunte regolarmente, in modo cronico e attraverso un’alimentazione sbilanciata.

Tra le sostanze finite sotto la lente di ingrandimento troviamo l’acido sorbico e i suoi derivati, come il sorbato di potassio, e alcuni dolcificanti come il sorbitolo. Utilizzati in una vasta gamma di prodotti industriali — dalle barrette proteiche alle caramelle “sugar free” — questi composti iniziano ora a mostrare potenziali effetti collaterali sull’organismo, in particolare su fegato e reni, due organi chiave per l’equilibrio metabolico e l’eliminazione delle tossine.

In questo articolo vedremo i risultati di due nuovi studi che gettano luce su queste sostanze, suggerendo l’esistenza di un legame tra l’assunzione regolare di certi additivi e alterazioni funzionali degli organi emuntori. Un’informazione preziosa per chi vuole costruire un’alimentazione davvero protettiva.

Additivi alimentari: cosa sono e perché se ne parla

Gli additivi alimentari sono sostanze aggiunte intenzionalmente ai cibi industriali con scopi ben precisi: prolungarne la conservabilità, migliorarne l’aspetto, stabilizzarne la consistenza o correggerne il gusto. Tra coloranti, conservanti, emulsionanti, esaltatori di sapidità e dolcificanti, ne esistono centinaia, molti dei quali autorizzati dai principali enti regolatori. Tuttavia, le autorizzazioni si basano principalmente su valutazioni di tossicità acuta e dosi massime giornaliere ritenute sicure. Ciò che manca, spesso, è una valutazione approfondita dell’effetto cronico, soprattutto in presenza di esposizioni multiple o di predisposizioni individuali.

Il punto critico è che questi composti non vengono più consumati “una tantum”, ma ogni giorno, più volte al giorno, spesso in combinazione. E in una realtà alimentare fatta di prodotti confezionati, snack funzionali, bevande “senza zucchero” e pasti pronti, il consumo abituale di additivi è la norma, non l’eccezione.

Per anni si è considerato sufficiente rispettare la cosiddetta dose giornaliera ammissibile, ma oggi emergono nuove preoccupazioni. Studi più recenti stanno infatti valutando l’effetto sistemico e molecolare di queste sostanze, anche quando assunte in quantità apparentemente basse. In particolare, l’interesse scientifico si sta spostando sugli effetti che queste molecole possono avere su specifici tessuti o funzioni fisiologiche, come nel caso di reni e fegato. Comprendere questi impatti è fondamentale per orientare scelte alimentari più consapevoli.

Additivi e salute renale: il caso del sorbato di potassio (E202)

Il sorbato di potassio (E202) è uno degli additivi conservanti più usati dall’industria alimentare. Viene impiegato per evitare lo sviluppo di muffe, lieviti e batteri in una vasta gamma di prodotti: salse, condimenti, snack, formaggi, bevande e molto altro. È stato a lungo considerato una sostanza sicura, grazie alla sua presunta neutralità metabolica. Tuttavia, un recente studio condotto dalla Jiao Tong University School of Medicine di Shanghai e pubblicato su iMetaMed ha messo in discussione questa convinzione.

Utilizzando un approccio innovativo che integra intelligenza artificiale e tossicologia di network, i ricercatori hanno esaminato l’interazione tra il sorbato di potassio e potenziali danni ai reni. Sono stati identificati 374 siti molecolari potenzialmente dannosi nella struttura dell’E202, e incrociandoli con più di 4.000 tipi di lesioni renali note, sono emerse 238 sovrapposizioni. In altre parole, ci sono centinaia di possibili meccanismi con cui questo additivo potrebbe interagire negativamente con le cellule renali.

I dati suggeriscono che il sorbato può attivare geni associati alla risposta infiammatoria e compromettere il metabolismo lipidico a livello renale. Per confermare i dati in silico, sono stati condotti esperimenti in vitro su colture cellulari renali: il contatto con l’additivo ha causato lesioni dirette e riduzione della capacità rigenerativa delle cellule.

Questo studio non solo solleva dubbi sulla sicurezza del sorbato di potassio, ma propone anche un nuovo metodo per valutare in modo più ampio gli effetti sistemici degli additivi. Un passo importante per comprendere come sostanze apparentemente “inerti” possano interferire con la fisiologia di organi chiave come il rene.

Dolcificanti e fegato: il sorbitolo sotto osservazione

Il sorbitolo è un alcol zuccherino ampiamente utilizzato come dolcificante nei prodotti “senza zucchero”. Lo si trova facilmente in gomme da masticare, caramelle, barrette proteiche e prodotti per diabetici. È spesso considerato innocuo perché classificato come “naturale” e perché non eleva rapidamente la glicemia. Ma è davvero privo di rischi?

Uno studio pubblicato su Science Signaling dai ricercatori della Washington University di Saint Louis ha analizzato il comportamento del sorbitolo nel metabolismo epatico. Utilizzando il pesce zebra come modello animale, hanno dimostrato che il sorbitolo può essere prodotto endogenamente nell’intestino dopo i pasti, per poi essere trasportato al fegato e lì convertito in fruttosio.

Questo passaggio è rilevante, perché la presenza di fruttosio nel fegato è associata a fenomeni come accumulo di grasso, infiammazione e rischio di steatosi epatica non alcolica. Inoltre, il sorbitolo viene anche sintetizzato in condizioni patologiche come il diabete, quando vi sono squilibri nel metabolismo del glucosio, amplificando ulteriormente il carico epatico.

L’effetto non è uniforme per tutti: lo studio ha evidenziato una forte variabilità individuale, legata sia alla composizione del microbiota intestinale sia alla dieta complessiva. Tuttavia, quando il sorbitolo viene assunto regolarmente con la dieta, la sua trasformazione in fruttosio può diventare significativa, rendendolo un fattore di rischio da non sottovalutare, soprattutto in soggetti già predisposti a disturbi metabolici o epatici.

Il ruolo del microbiota intestinale

Come spesso accade nella nutrizione moderna, non è solo la sostanza in sé a fare la differenza, ma il contesto fisiologico e microbico in cui viene metabolizzata. Il microbiota intestinale gioca infatti un ruolo fondamentale nella modulazione dell’impatto degli additivi e dei dolcificanti.

Nel caso specifico del sorbitolo, alcuni ceppi batterici presenti nel microbiota – in particolare alcune specie del genere Aeromonas – sono in grado di degradarlo, rendendolo praticamente innocuo entro certi limiti. Questo conferma che la risposta all’assunzione di un dolcificante non è mai generalizzabile: cambia da persona a persona, in base alla composizione batterica intestinale, allo stato di salute e all’alimentazione di fondo.

Tuttavia, quando le quantità assunte superano la capacità del microbiota di neutralizzare la sostanza, il sorbitolo finisce comunque per essere convertito in fruttosio nel fegato, con i rischi già descritti. Questo ci mostra ancora una volta quanto il microbiota non sia solo un “filtro”, ma un vero e proprio mediatore attivo della nostra fisiologia, in grado di determinare l’effetto finale di ciò che introduciamo con il cibo.

Modulare il microbiota, sostenerlo attraverso segnali alimentari coerenti e ridurre il carico di molecole potenzialmente interferenti è oggi un aspetto cruciale per chi desidera costruire un’alimentazione realmente protettiva e personalizzata.

Verso un piano nutrizionale consapevole

Alla luce di questi dati, è chiaro che non si può più parlare di “sicurezza” degli additivi o dei dolcificanti sulla base di valutazioni isolate e generiche. Occorre spostare lo sguardo verso un approccio dinamico e personalizzato, in cui la risposta del corpo, la composizione del microbiota e la qualità complessiva della dieta siano considerati fattori centrali.

Il Biologo Nutrizionista ha un ruolo chiave in questo processo: non si limita a escludere o inserire alimenti, ma costruisce un piano nutrizionale che riduce il carico di sostanze interferenti, protegge gli organi emuntori e rispetta il funzionamento fisiologico individuale. Non si tratta di “demonizzare” ogni alimento confezionato, ma di conoscere i meccanismi e fare scelte consapevoli, orientate alla salute nel lungo termine.

Una dieta progettata su misura, basata su materie prime di qualità, sulla gestione del carico glicemico e sulla tutela del microbiota, è una delle strategie più efficaci per sostenere reni, fegato e metabolismo. In un contesto in cui l’esposizione a sostanze sintetiche è inevitabile, ridurre ciò che possiamo controllare è un atto concreto di prevenzione.

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